“Otto mesi a Ghazzah Street” di Hilary Mantel

I paesi musulmani sono geograficamente vicini, eppure rappresentano isole di pensiero irraggiungibili per noi occidentali, lontani anni luce dal nostro modo di concepire la vita in tutte le sue forme. Hilary Mantel (prima e unica donna a ricevere due volte, e sottolineo DUE, il famoso e ambito Man Booker Prize), con il suo nuovo romanzo, ci porta nel cuore dell’Arabia Saudita degli anni ’80, per raccontarci gli otto mesi che una coppia inglese trascorre nel paese, descrivendo magistralmente il divario psicologico tra due culture destinate a non incontrarsi mai.


Titolo: Otto mesi a Ghazzah Street

Autore: Hilary Mantel

Editore: Fazi

Collana: Le strade

Pagine: 334

Data di pubblicazione: 31 agosto 2017

Prezzo: brossurato € 19,00 / ebook € 9,99

Arabia Saudita, Gedda, Ghazzah Street. Uno strano posto. Un luogo senza passato, un luogo di passaggio dove nessuno si ferma per più di qualche anno e dove la gente, in casa, tiene le sue cose, negli scatoloni. Anche la terra e il mare, laggiù, sono in continuo mutamento: ci sono ville costruite da pochi anni con vista sul mare che oggi si allacciano su un muro. Frances Shore è una cartografa, ma quando il lavoro di suo marito la porta in Arabia Saudita si ritrova come una prigioniera sperduta, incapace di orientarsi nelle zone oscure del paese. Il regime che impera è corrotto e inflessibile, molti degli stranieri che incontra non sono che avidi faccendieri in cerca di denaro accompagnati dalle mogli e i vicini musulmani si muovono furtivi ma hanno occhi per ogni cosa. Le strade non sono il posto adatto per le donne, e Frances – il marito Andrew è spesso assente – si ritrova confinata nel suo appartamento cercando di dare un senso a tutto ciò. Ma la battaglia è ardua. Le giornate diventano un susseguirsi di vuoti e di silenzi, interrotti soltanto dagli inspiegabili rumori provenienti dal piano superiore, che però, a quanto le è stato detto, dovrebbe essere disabitato. Quello dell’appartamento al piano di sopra diventa un mistero tutto da sciogliere, che obbligherà la protagonista a scontrarsi con le mille contraddizioni di un mondo infernale: un mondo asfittico, fatto di sofferenze celate, silenzi strazianti, segreti inconfessabili. Un mondo di cui le donne sono vittime ma anche complici.


È il 1984 quando Frances e Andrew Shore si trasferiscono dal Sud Africa a Gedda,nel cuore dell’Arabia Saudita. Andrew è un ingegnere civile e ha accettato l’incarico di progettare un grande edificio per un ministero. La paga è buona, per questo chiede a sua moglie di stringere i denti per il tempo necessario a tirar su la costruzione. All’inizio del libro sua moglie Frances lo sta raggiungendo in aereo, non sapendo cosa aspettarsi, poichè pur avendo vissuto molti anni nell’Africa meridionale, sa che l’Arabia è un paese completamente diverso.

Le lettere di Andrew erano brevi, concrete. Le dicevano di portare sandali bassi, francobolli britannici, un flacone di estratto di carne. La voce al telefono era incerta, con quei suoi silenzi strani e costosi Non sapeva come descrivere Gedda; le diceva che doveva vederla con i suoi occhi.

Durante il viaggio Frances rimugina su tutti i discorsi fatti con il marito riguardo a questo trasferimento, sui pregiudizi, sulle paure, sulle sue letture sui paesi arabi e sulle immagini artificiose e romantiche che vi aveva incontrato. Cerca di scacciare quel senso di inquietudine che le attanaglia lo stomaco, convincendosi che non potrà essere così terribile vivere a Gedda.

Deve piacermi, pensò. Tenterò di farmela piacere. Quando tutti hanno un’opinione negativa di un posto, viene il sospetto che alla fin fine qualche pregio quel posto lo debba avere.

Per distrarsi, pensa che le persone esagerino sempre nelle descrizione dei paesi orientali e che appena arrivata avrà molto da fare, la casa da sistemare, gente da incontrare, il tempo passerà in fretta e lei si sarà abituata prima che possa accorgesene.

Il viaggio finisce e comincia il trantran quotidiano, e le vecchie abitudini che pensavi di esserti lasciata alle spalle in un paese ti raggiungono in quello dopo, e tornano a galla i vecchi problemi, ma con un po’ di fortuna chiudi nel bagaglio anche i mezzi per risolverli e per accogliere le tue vecchie abitudini, oltre a una mente aperta, un po’ di discrezione e di buonsenso: disponendo di questi strumenti riuscirai a cavartela ovunque.

Frances non può immaginare quanto sia lontana dalla realtà. Solo a lettura ultimata il lettore si rende conto che quelle ore trascorse sull’aereo sono le ultime in cui la protagonista è in grado di pensare lucidamente, piena di fiducia e di speranza nel futuro che l’attende. La sua nuova abitazione si trova in Ghazzah Street, in un quartiere silenzioso dove “non c’è mai nessuno fermo a chiacchierare”, le strade sono sempre deserte a parte qualche automobile che si ferma per far salire o scendere le donne avvolte nei loro veli. La mattina dopo il suo arrivo, Andrew le spiega che il portone principale è stato murato dal precedente proprietario e che, per il momento, lei non può uscire, che in casa non c’è ancora il telefono e che per cinque volte al giorno il paese si ferma, nei momenti di preghiera:

I negozi chiudono, la gente smette di lavorare. Ti ritrovi lì, bloccato.

Andrew esce di casa chiudendola a chiave dentro, e lei pensa che sia l’abitudine, poiché il marito viveva lì da solo prima che arrivasse lei. Rimasta sola, Frances fa un giro della casa e alzando le tapparelle l’unica cosa che vede da ciascuna finestra è il muro alto che circonda tutto lo stabile. La casa è pulita e lei non ha nulla da fare, nessuno con cui poter parlare, fino a sera. Questo è il primo momento in cui la donna inizia a provare la sensazione di soffocamento e di alienazione che l’accompagnerà per molti mesi.

In seguito avrebbe ricordato in maniera assai nitida quei primi minuti da sola a Ghazzah Street, quei gesti stanchi, quasi automatici, avrebbe ricordato che la sua prima, genuina reazione a Gedda era stata la noia, l’inerzia, una riluttanza ad alzarsi dal letto o a guardare dalla finestra per vedere cosa succedeva fuori. Con il senno di poi avrebbe pensato, se avessi saputo allora quello che so adesso, mi sarei alzata, avrei guardato, avrei preso nota di tutto e l’avrei scritto; e la mia reazione non sarebbe stata di noia, ma di paura.

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Quando il portone verrà aperto, Frances potrà conoscere le altre inquiline della casa, donne saudite e indiane, devote alla famiglia, ai loro mariti e alla religione. Parlando con loro del Corano, delle regole non scritte ma vigenti in tutto il paese, di regole opprimenti e ingiuste, soprattutto per le donne, Frances si scontra con una realtà granitica che ha radici profonde e antiche. Una mentalità così lontana dalla sua, inconcepibile. Ma dietro quelle vite di facciata così perfette, cosa fanno davvero i sauditi? Come si comportano realmente una volta che si chiudono alle spalle la porta di casa? Non è lecito chiedere, nè tantomeno sapere. Quello che tutti le dicono, anche suo marito, è “mantieni un basso profilo, fai ciò che devi e nessuno ti darà fastidio”. Ma non è così che Frances vuole vivere, non è nella sua natura tacere e ciò diventa ancora più difficile quando inizia a sentire rumori e voci provenienti dall’appartamento di sopra, che tutti le dicono essere disabitato. Una cassa sospetta entra nel palazzo e qualche giorno più tardi Frances è convinta di averla vista nel balcone dell’appartamento abbandonato. Un dubbio misto a curiosità e paura inizia a farsi strada nella sua mente, ed è convinta che i vicini sappiano cosa succede ma non vogliano parlare.

La storia prende la piega di un insolito giallo e un’inquietudine strisciante attraversa tutto il romanzo. Frances siamo noi, il nostro modo di pensare e di agire, contro un mondo chiuso, maschilista e retrogrado che ha finito per convincere le donne che coprirsi dalla testa ai piedi è una forma di rispetto, riservata loro dagli uomini, incapaci di tenere a freno la loro libidine. Uno scontro da cui la mentalità occidentale esce afflitta dall’incapacità di comprendere una diversità talmente ostinata. E la Mantel ci fa vivere il dissidio interiore della protagonista grazie anche al diario che Frances tiene durante la sua permanenza a Gedda, a cui affida tutte le sue perplessità e soprattutto la rabbia accumulata nei mesi di reclusione a Ghazzah Street. Quella che per Frances diventa un’ossessione, finirà per rivelarsi tangibile quanto gli uomini con il mitra che girano nel suo quartiere.

Nell’atmosfera opprimente di un paese in cui “la terra e il mare sono in continuo mutamento” e in cui “niente è quel che si dice che sia”, si dipana la trama di questo romanzo che si legge tutto d’un fiato. Si percepisce una tensione di fondo, di cui la Mantel aumenta sapientemente il voltaggio a mano a mano che scorrono le pagine, finché il disagio si insinua sotto la nostra pelle. E il tarlo della protagonista diventa anche il nostro.

Un libro da non perdere.

Stay imbranation

The imbranation girl

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4 pensieri su ““Otto mesi a Ghazzah Street” di Hilary Mantel

  1. Bellissimo commento, quasi perfetto.
    Peccato solo per “uno scontro da cui la mentalità occidentale NE esce afflitta”.
    Ecco, quel “ne” non ci vuole, c’è già “da cui”, e l’errore rovina un po’ la qualità altrimenti notevole della recensione.
    Scusa l’appunto, e complimenti.

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