Recensione: “Il serpente dell’Essex” di Sarah Perry

Buongiorno cari lettori, oggi vi parlo di un libro verso cui nutrivo grandi aspettative, ma che, purtroppo, mi ha lasciata a bocca asciutta. Sto parlando de "Il serpente dell'Essex" di Sarah Perry, uscito per Neri Pozza lo scorso mese. Definito "il libro dell'anno" ai British Book Awards 2017, mi aveva subito incuriosita dalla copertina (che, checché se ne dica, è spettacolare, e un plauso va alla Neri Pozza per aver scelto di mantenere quella originale), e mi ha convinta il commento di John Burnside sul retro: «se Charles Dickens e Bram Stocker si fossero riuniti per scrivere il grande romanzo vittoriano, mi chiedo se avrebbero superato Il serpente dell'Essex.» Con il senno di poi, mi chiedo se Burnside abbia mai letto davvero Dickens o Stocker.


essex

Editore: Neri Pozza

Collana: I narratori delle tavole

Pagine: 458

Data di pubblicazione: 15 giugno 2017

Prezzo: brossurato € 18,00 / ebook € 9,99

Londra, fine Ottocento. Le campane di St-Martin-in-the-Fields suonano a morto per le esequie di Michael Seaborne e i rintocchi si diffondono in tutta Trafalgar Square. Cora Seaborne, la giovane vedova del defunto, invece di mostrarsi contrita tira un sospiro di sollievo: la morte di Michael, un uomo stimato e influente, ma anche freddo e crudele, l'ha resa finalmente libera, sollevandola da un ruolo, quello di moglie, che non ha mai sentito suo. Dopo il funerale, accompagnata dal figlio undicenne Francis, un bambino taciturno e stravagante, e dalla fidata bambinaia Martha, Cora cerca rifugio a Colchester, nell'Essex, dove stanno portando alla luce dei fossili lungo la costa. Da sempre appassionata naturalista, la giovane donna vuole approfittare della ritrovata libertà per dedicarsi a quelli che lei chiama «i suoi studi»: frugare tra le rocce e il fango alla ricerca delle ossa fossilizzate di animali vissuti migliaia di anni fa, sull'esempio della paleontologa Mary Anning. A Colchester Cora si imbatte in alcune bizzarre voci secondo cui un serpente mostruoso, ricoperto di scaglie ruvide e con occhi grandi come una pecora, è emerso dalle paludi salmastre del Blackwater ed è risalito fino ai boschi di betulle e ai parchi dei villaggi. Un grande essere strisciante, dicono, più simile a un drago che a un serpente, che abita la terra tanto quanto l'acqua, e in una bella giornata non disdegna di mettere le ali al sole. Il primo ad averlo avvistato, su a Point Clear, ha perso il senno ed è morto in manicomio lasciandosi dietro una dozzina di disegni realizzati con frammenti di carbone. E poi c'è stato quell'uomo annegato il primo giorno dell'anno, ritrovato nudo e con cinque graffi profondi su una coscia. Cora sospetta di trovarsi davanti a un caso di probabile interesse per il British Museum: l'animale leggendario che terrorizza la gente del posto potrebbe essere una specie nuova non ancora scoperta che va esaminata, catalogata e spiegata. Impaziente di indagare è anche il vicario locale, William Ransome, convinto, al contrario, che non si tratti altro che di un'empia superstizione e che sia suo compito ricondurre il paese alla tranquillità e alla certezza della fede in Dio. Cora e William guardano il mondo da punti di vista diametralmente opposti, scontrandosi su tutto. Ma allora perché, anziché sentirsi irritato, William si scopre preda di un'eccitazione e di un'euforia inspiegabili ogni volta che si imbatte in Cora?


Mi sono imbattuta in così tante recensioni entusiaste di questo libro, che alla fine ho perso il conto, e mi chiedo se sono io a non aver colto lo spirito del romanzo. Ma quando la trama vi promette qualcosa, in questo caso misteri e leggende, di cui non trovate minimamente traccia all'interno della storia, ci si sente un pochino presi per i fondelli. Ci troviamo nella Londra di fine '800 e Cora Seaborne ha appena perso il terribile marito che l'aveva costretta ad un regime severo e umiliante, tanto che la sua dipartita è più un sollievo che un dolore. Una volta libera dal giogo matrimoniale, insieme al figlio Francis e alla bambinaia Martha, parte alla volta dell'Essex, per cercare riposo e per dedicarsi alla sua attività preferita, la ricerca paleontologica. Il suo ideale di libertà è starsene immersa nella polvere e nel fango, con abiti comodi e maschili, alla ricerca di frammenti di vite vissute migliaia di anni fa. Arrivati a Colchester, nell'Essex appunto, nella storia entrano molti altri personaggi: Charles Ambrose e sua moglie Katherine, i quali parlano a Cora della leggenda del serpente dell'Essex e le consigliano di appoggiarsi alla famiglia del reverendo William Ransome, che vive ad Aldwinter (un paesino vicino Colchester in cui era stata avvistata la bestia) con la moglie Stella e i due figli; Thomas Taylor, lo storpio che passa le giornate seduto su una pietra, a far da guardia alla sua casa crollata in seguito al terremoto, che, secondo lui, avrebbe liberato il serpente dalle fondamenta della terra; Henry Banks e sua figlia Naomi, amica di Joanna Ransome; Mr Cracknell, un tipo schivo e bizzarro che abita nell'ultima casa di Aldwinter prima della palude, e che la gente chiama la Fine del Mondo; infine c'è il dottor Luke Garrett, che ha seguito Michael Seaborne durante tutta la sua malattia, da sempre innamorato di Cora e da lei soprannominato "la Peste", e George Spencer, collega, amico sincero e confidente di Garrett. Il libro è scandito dall'avvicendarsi dei mesi e la storia copre un arco temporale di un anno esatto, durante il quale tutti i personaggi si muovono tra Londra, Colchester e Aldwinter. Quella del serpente è solo una leggenda che spaventa la piccola comunità dell'Essex, e fa da sfondo agli intrecci tra i personaggi sopra citati. Mi aspettavo comportamenti morbosi, fanatismo religioso, e molta suspance, ma non ho trovato nulla di tutto ciò.

Il serpente è solo una metafora della superstizione e della tentazione che a volte fa perdere l'ago della bussola anche ai più integerrimi. Ma niente di più. Tutto si riduce agli intrecci amorosi tra i personaggi (quello tra Cora e il reverendo Ransome, tra Cora e il dottor Garrett, tra Martha e Spencer) e alla malattia della moglie del reverendo, che la porterà vicino alla follia e vaneggerà di sentire il serpente che la chiama per espiare i peccati di tutti. Le descrizioni dei paesaggi sono impeccabili, così come l'introspezione dei protagonisti, ma secondo il mio parere, questo non basta a tenere desta l'attenzione del lettore per 450 pagine. La prima parte del libro scorre piuttosto velocemente, perché l'autrice infarcisce una storia che sembra promettere buoni sviluppi nella seconda metà del romanzo. Poi però l'attenzione cala vertiginosamente, quando ci si accorge di rincorrere un fantasma. E mi dispiace molto, perché la Neri Pozza mi ha sempre proposto storie originali. Ma una piccola defaillance può capitare a tutti.

Fatemi sapere se l'avete letto e cosa ne pensate.

Stay imbranation

The imbranation girl

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3 pensieri su “Recensione: “Il serpente dell’Essex” di Sarah Perry

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