Recensione: “La figlia femmina” di Anna Giurickovic Dato

Buongiorno a tutti, in questo lunedì di fine gennaio voglio parlarvi di un libro uscito giusto qualche giorno fa, e che mi ha incuriosita moltissimo. Si tratta de “La figlia femmina” il primo romanzo di Anna Giurickovic Dato, e ringrazio la casa editrice Fazi per avermene inviato una copia.

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Titolo: La figlia femmina

Autore: Anna Giurickovic Dato

Editore: Fazi

Collana: Le Strade

Pagine: 220

Data di pubblicazione:26 gennaio 2017

Prezzo: brossurato € 16,00 / eBook € 5,99

«Una storia disturbante, raccontata con tatto e maestria, che si legge tutta d’un fiato».
Simonetta Agnello Hornby

Sensuale come una versione moderna di Lolita, ambiguo come un romanzo di Moravia, La figlia femmina è il duro e sorprendente esordio di Anna Giurickovic Dato.
Ambientato tra Rabat e Roma, il libro racconta una perturbante storia familiare, in cui il rapporto tra Giorgio e sua figlia Maria nasconde un segreto inconfessabile. A narrare tutto in prima persona è però la moglie e madre Silvia, innamorata di Giorgio e incapace di riconoscere la malattia di cui l’uomo soffre. Mentre osserviamo Maria non prendere sonno la notte, rinunciare alla scuola e alle amicizie, rivoltarsi continuamente contro la madre, crescere dentro un’atmosfera di dolore e sospetto, scopriamo man mano la sottile trama psicologica della vicenda e comprendiamo la colpevole incapacità degli adulti di difendere le fragilità e le debolezze dei propri figli. Quando, dopo la morte misteriosa di Giorgio, madre e figlia si trasferiscono a Roma, Silvia si innamora di un altro uomo, Antonio. Il pranzo organizzato dalla donna per far conoscere il nuovo compagno a sua figlia risveglierà antichi drammi. Maria è davvero innocente, è veramente la vittima del rapporto con suo padre? Allora perché prova a sedurre per tutto il pomeriggio Antonio sotto gli occhi annichiliti della madre? E la stessa Silvia era davvero ignara di quello che Giorgio imponeva a sua figlia?
La figlia femmina mette in discussione ogni nostra certezza: le vittime sono al contempo carnefici, gli innocenti sono pure colpevoli. È un romanzo forte, che tiene il lettore incollato alla pagina, proprio in virtù di quell’abilità psicologica che ci rivela un’autrice tanto giovane quanto perfettamente consapevole del suo talento letterario.

«Dio almeno mi crede».
«Tutti ti crediamo».
«Tu non mi crederesti mai».
«A cosa non dovrei credere, Maria?».
«Che io sono un diavolo».
«Tu sei un angioletto, sei una bimba».
«Non è vero. Io il diavolo ce l’ho qua.
Ma non lo so chi ce l’ha messo, ci sono nata così».

Anna Giurickovic Dato è  nata a Catania nel 1989 e vive a Roma. Nel 2012 un suo racconto si è aggiudicato il primo posto al concorso Io, Massenzio in seno al Festival Internazionale delle Letterature di Roma. Nel 2013 è stata finalista al Premio Chiara Giovani. La figlia femmina è il suo primo romanzo.

Come sempre le copertine dei libri pubblicati da Fazi sono sempre molto evocative, e a me piacciono proprio per questo. Sono già stati scelti gli aggettivi più adatti per descrivere questo romanzo, “ambiguo” e “sensuale”, e io non posso che confermarli. È una storia che si svolge tra Rabat e Roma, e il contrasto tra due ambienti così diversi crea un’atmosfera molto particolare.

Silvia e Giorgio dopo alcuni anni di matrimonio si trasferiscono a Rabat, in Marocco, per motivi di lavoro, e hanno una bambina, Maria, paffutella, innocente, curiosa. Nel capitolo successivo siamo a Roma, Maria ha tredici anni e Silvia frequenta un’altro uomo, Antonio, lasciando intendere che Giorgio non è più nella vita delle due donne, ma non ci viene detto il motivo. Maria esce poco, è insicura, fragile, spaventata dal mondo esterno, e Silvia deve far fronte ai suoi continui sbalzi d’umore, che sappiamo non essere causati solo dai subbugli adolescenziali. È domenica, e Silvia ha invitato a pranzo Antonio, per la prima volta dopo circa un anno di frequentazione, e teme che la figlia possa reagire male, ma ben presto si rende conto che i suoi timori saranno di un altro genere. Con l’entrata in scena di Antonio Silvia vede sua figlia trasformarsi in una piccola femme fatale, assumendo un atteggiamento da provocatrice innocente. La donna non riesce a credere che quella sia davvero la sua bambina, e in una sorta di dormiveglia, galleggiando in un mondo onirico, inizia a ricordare la loro vita prima di Roma, a Rabat. Il lettore assiste al ritratto di una famiglia apparentemente felice in cui però si insinua un’ombra non ben definita, c’è qualcosa di non detto, che non si vuole vedere, ce lo siamo immaginato o è proprio come come pensiamo? Un dubbio strisciante avvolge il lettore, che diventa subito guardingo, in attesa di una conferma. È accaduto qualcosa a Maria da bambina, oppure è stata lei la causa di tutto? Mentre provoca Antonio in modo languido e sensuale, la madre assiste impotente alla scena che si dipana davanti ai suoi occhi, interrogandosi sul passato, sul proprio ruolo di madre, e su quella inquietante confessione che la figlia le fece tanto tempo prima…

La scrittura rapisce il lettore, e lo porta a leggere il libro tutto d’un fiato. Le descrizioni di Maria, adolescente, seduttrice precoce, sono un capolavoro. La storia è senza dubbi drammatica, raccontata con un fascino unico, complice l’atmosfera della splendida città marocchina. Le mie parti preferite sono proprio quelle in cui vediamo i personaggi muoversi per le stradine o tra le botteghe del suk: i colori, gli odori, i sapori del mercato fanno da sfondo al vortice di sensazioni che travolge i protagonisti.

“I colori caldi del porpora e del cremisi, le polveri d’ocra, i vasi pieni d’origano, le ceste di pepe rosso, gli odori così intensi da stordire. La folla, rumorosa e densa, mi dava un senso di piacevole smarrimento. Gli asini carichi sui dorsi, i bambini che s’agitavano tutti in un grido, il vecchio, lo storpio, il mendicante. Il venditore d’arance, il cordaio. Comprai un chilo di patate rosse, di quelle che hanno la polpa soda e compatta, e pomodori da insalata grandi e lucidi come mai ne avevo visti. Poi le cipolle, i peperoni. Ogni domenica tornavo a casa e riempivo la cucina di frutta e ortaggi, che si trasformavano nel più bello degli ornamenti. (…) Contrattai il prezzo di una bella sciarpa. Sulla mia testa pendevano caftani e tappeti fatti a mano. Vidi, lontano, il minareto da cui si alza la voce che invita alla preghiera. L’unica cosa che mancava, in una mattina così, era la mia famiglia. Mi intristii al ricordo malinconico alcune domeniche trascorse tutti insieme. Era come se, negli ultimi tempi, su mio marito fosse sceso un velo di pigrizia. Se ne stava più volentieri da solo che in compagnia, leggeva molto e il tempo libero lo passava in casa anziché fuori. Rabat, dove ormai vivevamo da alcuni anni, aveva perso per lui il fascino che un tempo aveva avuto, e ogni colore, ogni riflesso, ogni odore non lo emozionava più e, anzi, sembrava lo riguardasse appena. Era con me, ma sembrava essere da un’altra parte.”

L’autrice è riuscita a dare spessore e profondità ai personaggi, isole di solitudine che tentano di gridare il proprio disagio, ma il loro grido si perde nel vuoto. Maria è allo stesso tempo vittima e carnefice, infliggendo alla madre una punizione silenziosa per non aver capito il suo dramma interiore, per non averla salvata.

Non posso che consigliarvelo, diventerà un classico! 😉

A presto miei cari.

Stay imbranation

The imbranation girl

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3 pensieri su “Recensione: “La figlia femmina” di Anna Giurickovic Dato

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