Recensione: “Lo schiavista” di Paul Beatty

Buon pomeriggio a tutti! Finalmente torno a parlarvi di libri, e in questo caso direi proprio “e che libri!”. Dopo un periodo per me un po’ turbolento sono infatti riuscita a leggere “Lo schiavista” di Paul Beatty, che nel frattempo ha vinto l’ambitissimo premio letterario per la narrativa in lingua inglese, il “Man Booker Prize”, per la prima volta assegnato quest’anno ad uno scrittore statunitense.

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Titolo: Lo schiavista

Autore: Paul Beatty

Editore: Fazi

Collana: Le strade

Pagine: 369

Data di pubblicazione: 6 ottobre 2016

Prezzo: cartaceo € 18,50 / eBook € 9,99

“So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente. Non ho mai evaso le tasse, non ho mai barato a carte. Non sono mai entrato al cinema a scrocco, non ho mai mancato di ridare indietro il resto in eccesso a un cassiere di supermercato”. Questo l’inizio della storia di Bonbon. Nato a Dickens – ghetto alla periferia di Los Angeles – il nostro protagonista è rassegnato al destino infame di un nero della lower-middle-class. Cresciuto da un padre single, controverso sociologo, ha trascorso l’infanzia prestandosi come soggetto per una serie di improbabili esperimenti sulla razza: studi pionieristici di portata epocale, che certamente, prima o poi, avrebbero risolto i problemi economici della famiglia. Ma quando il padre viene ucciso dalla polizia in una sparatoria, l’unico suo lascito è il conto del funerale low cost. E le umiliazioni per Bonbon non sono finite: la gentrificazione dilaga, e Dickens, fonte di grande imbarazzo per la California, viene letteralmente cancellata dalle carte geografiche. E troppo: dopo aver arruolato il più famoso residente della città – Hominy Jenkins, celebre protagonista della serie Simpatiche canaglie ormai caduto in disgrazia -, Bonbon dà inizio all’ennesimo esperimento lanciandosi nella più oltraggiosa delle azioni concepibili: ripristinare la schiavitù e la segregazione razziale nel ghetto. Idea grazie alla quale finisce davanti alla Corte Suprema.

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Non conosciamo il vero nome del protagonista che ci viene presentato con il soprannome di “Bonbon” datogli dalla ragazza di cui è sempre stato innamorato. Partendo dal presente, in cui il personaggio è in arresto con l’accusa di aver riportato in auge lo schiavismo e la segregazione razziale, attraverso una serie di flashback l’autore ci racconta la storia di Bonbon sin dall’infanzia. Nasce a Dickens, uno dei sobborghi più poveri e malfamati di Los Angeles, così piccolo, pericoloso e puzzolente che alla fine decideranno persino di toglierlo dalle cartine geografiche e farlo sparire dalla faccia della terra. Bonbon è figlio di un sociologo e psicologo, particolarmente fissato sulla “questione della razza”, e coinvolge il figlio in una serie di sfiancanti ed umilianti esperimenti di sociologia applicata, raccontati con amarezza e ironia dal figlio ormai cresciuto. Quando il padre – conosciuto come l’uomo che sussurrava ai negri poiché era in grado di persuadere gli aspiranti suicidi di colore a restare su questa terra – ebbene dicevo, quando il padre muore, ucciso in mezzo alla strada dalla polizia, lui si ritrova solo con una fattoria da mandare avanti senza i mezzi per poterlo fare. Leggendo il libro impariamo a riconoscere i vari personaggi che gravitano attorno al protagonista, personaggi un po’ folli e un po’ disperati, come il libro del resto. L’amore di una vita, la prorompente Marpessa, guida l’autobus della linea 125, il primo ambiente in cui Bonbon piazzerà i suoi cartelli bianchi per ripristinare la segregazione. E quando l’esperimento sembra funzionare perché è tutto più disciplinato e sicuro, la vice preside della scuola di Dickens, Charissa, chiede a Bonbon di mettere alla prova anche la sua scuola, creando così una scuola per “soli negri”. In questa operazione lo aiuterà Homini, il suo personale “bovero schiavo negro”, auto insignitosi di tale altisonante titolo, il quale, pur non facendo in realtà nulla dalla mattina alla sera, si rifiuta di abbandonare il protagonista e si auto dichiara suo schiavo, mettendolo praticamente nei guai. Homini è stato uno dei membri del cast delle “Simpatiche canaglie”, una serie di cortometraggi degli anni trenta, che si esibisce ancora per le strade ricordando i suoi vecchi numeri. Ma per quale motivo Bonbon corre questi rischi e si fa arrestare? Semplicemente per riportare in vita la vecchia Dickens, la quale merita, al pari di Chernobyl, un posto sulla carta geografica.

L’autore affronta un tema delicato come quello della segregazione razziale e della schiavitù, ma lo fa parlandoci con un linguaggio tutto nuovo, ironico, sarcastico, folle. Sì, definirei questo libro un po’ folle, per il coraggio dimostrato dallo scrittore nel trattare questa tematica controversa, più che mai attuale, in modo sfrontato, con un linguaggio molto colorito, e rendendo divertenti aneddoti che avrebbero altrimenti mosso a pietà il lettore. Del resto, come altro poteva essere un libro in cui “lo schiavista” è un nero? Dietro l’ironia c’è una profonda critica all’America di oggi, al perbenismo, alla politica e anche alla libertà, di cui spesso si fa un cattivo uso. Una critica in cui però non c’è vittimismo, mai. Il protagonista ci parla guardandoci negli occhi, senza censurare nulla, dicendoci quello che vuole come lo vuole. Un romanzo provocatorio scritto in una prosa brillante e originale. Vi avverto che alcune affermazioni sono davvero forti e potreste non trovarvi d’accordo con alcune di esse, ma è senza ombra di dubbio una lettura molto stimolante che mi sento assolutamente di consigliarvi.

Ringrazio la casa editrice per avermi permesso di leggere questo libro! Se avete la possibilità di passare in libreria, vi prego cercatelo, perché dall’immagine sopra non riuscite a vederlo, ma le lanternine in copertina sono dorate e luccicanti…stupendo!!!

E voi, cosa ne pensate? L’avete letto o avete in programma di leggerlo? Fatemi sapere i vostri pareri, sono molto curiosa 😉

Stay imbranation

The imbranation girl

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