Recensione: “Dove troverete un altro padre come il mio” di Rossana Campo

Buon pomeriggio a tutti cari lettori, oggi vi parlerò dell’ultimo libro di Rossana Campo il quale si è aggiudicato il Premio Strega Giovani 2016. Ho avuto l’occasione di partecipare ad un incontro con l’autrice tenutosi nella mia città, e lei mi ha totalmente conquistata e convinta a leggere il suo libro. Infatti, appena terminata la presentazione ho acquistato il libro e sono riuscita a mettermi in coda per una sua dedica.

Leggere questo libro è stato come guardare un film neorealista, accompagnati in sottofondo dalla voce malinconica e struggente di Domenico Modugno…”la lontananza sai è come il vento, che fa dimenticare chi non s’ama…”

Titolo: Dove troverete un altro padre come il mio

Autore: Rossana Campo

Editore: Ponte alle Grazie

Pagine: 120

Data di pubblicazione: 3 settembre 2015

Prezzo: cartaceo € 13,00

Rossana Campo, ancora una volta senza infingimenti e con lo stile dirompente e “difforme” che caratterizza la sua produzione letteraria, ma mettendosi in gioco forse più che in ogni altro suo libro, racconta qui il rapporto con Renato, il padre amatissimo e difficile scomparso di recente; o meglio con le molteplici figure, spesso contraddittorie, che Renato ha incarnato lungo tutta la sua vorticosa esistenza: il maestro di vita che fin da piccola esorta la figlia a rifuggire ogni forma di condizionamento e ipocrisia, ma anche l’irresponsabile che per niente e nessuno si separerebbe dalla sua amica più fidata: la bottiglia; l’individuo gioviale e irriducibilmente ottimista, ma anche l’attaccabrighe, dominato da una rabbia incontenibile; e ancora lo “zingaro” che non sopporta alcuna imposizione e non riconosce alcuna autorità, il contaballe prodigioso, il casinista indefesso, il terrone orgoglioso in un Nord che lo respinge… in una parola un essere infinitamente vitale e tremendamente fragile. Ne emerge un racconto, magari spudorato, ma proprio per questo di rara autenticità, della parte più profonda di sé.

“Mio padre una volta mi ha detto:Rossanì, tu non devi avere mai paura di niente nella vita, perché ricordati sempre che sei stata concepita sopra a un tavolo da biliardo!”

Inizia così il viaggio nei ricordi di Rossana Campo, introducendoci senza sconti la figura del padre Renato, protagonista indiscusso del libro, “un tipo sballato, inaffidabile, sicuramente simpatico, un grande narratore di storie e di avventure (…) un essere tremendamente fragile, , uno sbandato, iperemotivo, schizzato, a tratti anche matto, e un grande indefesso ubriacone.”

Il libro è una sorta di memoir in cui l’autrice ci racconta in forma assolutamente non romanzata la figura di suo padre Renato, con tutto il corredo di difetti che lo ha accompagnato per tutta la vita. Mentre leggiamo però ci accorgiamo che, anche se “Rossanì”(come la chiamava lui) non cerca di mascherare i lati oscuri di Renato, emerge una tenerezza irrefrenabile per questo padre che ne ha passate di cotte e di crude durante la sua infanzia e la giovinezza, ed è cresciuto con mille paure e insicurezze che nessuno si è mai preso la briga di sanare. Uno che ha vissuto la fame, la guerra, per davvero, sulla propria pelle, che a dodici anni ha visto il suo amico esplodere in mille pezzi per una granata tedesca, e gli sembra di averlo ancora vicino che gli sorride con i calzoni corti, le gambe secche e la faccia sporca. Nel libro Rossana si riferisce a lui quasi sempre come Renato, non come “padre”, e durante l’incontro ci dice che l’ha fatto per vederlo in modo più distaccato, per farlo diventare “il” personaggio Renato. Ci racconta anche che il libro è nato da alcuni quaderni che lei tiene sempre con sé, in cui aveva iniziato a buttare giù i propri pensieri subito dopo la scomparsa del padre, ma che non aveva pensato di renderli pubblici. Poi l’idea ha iniziato a prendere forma nella sua testa e io la ringrazio personalmente per averci regalato la sua storia, quella della sua famiglia, del suo passato, senza filtri né abbellimenti. Di questo il lettore si accorge. Si accorge che è un libro vero, sincero, forte e tenero allo stesso tempo. Ci sono moltissimi episodi esilaranti che mi hanno fatta sorridere, come il primo incontro tra i genitori, o quando Rossana non vuole andare a scuola dalle monache e Renato prende le sue difese e dice:

“Tu Rossanì, sei come me, non c’è verso di farti accettare la disciplina, non ci stanno cazzi! Concetta, niente asilo per la piccerella, questa è una testa matta come me! Poi, rivolto  a me spiega: E quanto alle suore o a qualunque altra persona che si permette di romperti la uallera, sai che ci devi dire? Tu ci dici: ha detto mio padre, jatevenneaffanculo!”

Fino a un certo punto Renato è una sorta di antieroe che se ne frega di rispettare le regole borghesi e dei perbenisti,anticonvenzionale, anarchico, poi quando Rossana ha circa sette anni qualcosa cambia. Quando viene cacciato dall’arma dei carabinieri è un colpo troppo duro per lui e, anche se aveva sempre alzato il gomito in passato, ora inizia a farlo con uno spirito diverso, autodistruttivo. Inizia il periodo delle sbronze epiche, dei ricoveri in ospedale, delle figuracce con il vicinato, delle giornate passate a camminare con la madre per le strade di Genova per non dover tornare a casa e subire la sua furia.

Dopo la morte di Renato l’autrice inizia a porsi delle domande e rendersi conto che qualcosa di Renato è sopravvissuto in lei, e in un primo momento appare spaventata all’idea di assomigliare ad un personaggio così sballato. Poi però fa una bellissima riflessione, guardando i propri genitori come persone e non come “mamma” e “papà”(devo assolutamente riportarvi questo pezzo!):

“La cosa che sto cercando di fare in questi giorni, da quando papà non c’è più, è provare a vedere le cose sotto una nuova luce. Non vedermi più solo come la figlia di due genitori sballati che le hanno fatto mancare un mucchio di cose. Quello che mi sta succedendo è che mi scopro a vedere sempre di più Renato e Concetta e la loro storia e le loro vite da un altro punto di vista. Rifletto sul fatto che sono nati negli anni ’30, in condizioni molto dure. Mi dico che a un certo punto diventa vitale smettere di essere soltanto la bambina incazzata col mondo, o la ragazzina che ha subito questo o quel torto, e che diventa interessante provare a sentire la vita di mio padre e mia madre al di là del fatto che sono stati mio padre e mia madre. È un cambiamento di prospettiva, e trasforma tutto.  (…) Allora se confronto la bambina Concetta venuta su coi geloni a mani e piedi, lo stomaco vuoto e una polmonite di cui (non capivo perché) si vergognava da morire, se la confronto con la ragazza, e poi la giovane donna che ho conosciuto io negli anni ’60, una bella donna, simpatica, spigliata, pronta alla battuta ma anche a sistemare con frasi dure qualcuno che aveva da ridire, allora ecco se ripenso a loro due io sono stupita di quello che sono riusciti comunque a fare, dell’energia che avevano tutti e due, di come sono riusciti Renato e Concetta a tirarsi fuori dal loro passato fatto di bombardamenti e fame e miseria assoluta, di mancanza di amore e di cura, e di come si sono incontrati e innamorati, in un modo tutto loro, e hanno poi subito deciso di mettermi al mondo.”

Riflettendo in questo modo accade che in quella parte di sé che l’aveva fatta vergognare per ciò che era e per il fatto di assomigliare a Renato, si insinua una leggerezza mai provata prima, un sentimento “quasi gioioso e liberatorio” di accettazione di sé stessa e di suo padre, per quello che erano stati col buono e col cattivo tempo.

“Forse, ora che l’avventura umana di Renato sul nostro pianeta si era conclusa, ora che ero sicura che la sua parte distruttiva non avrebbe più potuto farci soffrire, restava solo qualcosa di quest’uomo, diciamo la sua natura di fondo, la parte bella che aveva, restava la sua parte anarchica, vitale, cabinista, quella sua capacità di fottersene delle regole, delle opinioni comuni, delle buone maniere ipocrite, dei doveri fasulli. A tutto questo che sentivo ora di lui, ero profondamente grata. La parte buona di Renato la vedevo ora come un’eredità preziosa, e avevo voglia di ricordarmi di quando ero bambina, di quando ero innamorata delle sue cose migliori, di quando stare con lui significava sentirmi libera di essere quella che ero. E dunque completamente viva. Avevo pensato che se oggi mi capita ancora di sentirmi così nei miei momenti migliori, quando il solo fatto di essere viva e respirare mi sembra un evento glorioso, di una meraviglia indicibile, e ogni giorno è pieno di possibilità, lo devo anche a te pa’, a quello che eri e alle tue qualità più belle.”

Ora, ditemi se non sono meravigliose queste parole? Chiedo scusa alla scrittrice per aver estrapolato vari brani, ma non c’è niente di meglio delle sue parole per raccontare questa storia.

Come avrete visto, il linguaggio che Rossana Campo utilizza è il linguaggio concreto che la caratterizza, l’unico adatto a poter raccontare storie e sentimenti del genere. Grazie a questo linguaggio il libro risulta ancora più vero, e durante la lettura è stato come avere l’autrice accanto e mi è sembrato di sentire la sua voce che mi raccontava quelle parole che leggevo. Il fatto che il libro abbia vinto il Premio Strega Giovani non è una quisquilia, e mi sento davvero di consigliarlo ai più giovani. Ragazzi, ok gli young adult, ma fate un regalo ai voi stessi di oggi e di domani e leggete questa piccolo capolavoro.

Spero di avervi incuriositi! Fatemi sapere cosa ne pensate 🙂

Stay imbranation

The imbranation girl

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